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Rubrica: Il Vernacolo Spinazzolese

Articolo del 14 Marzo 2007

A cæ appartìin?

A cura di Vincenzo PETROLI.

Parliamoci in spinazzolese


A cæ appartìin?

E’ la domanda che si rivolge ad una persona per comprendere meglio con chi si sta parlando. Di solito, dopo il cognome, se c’è della perplessità nell’interocutore, si fa ricorso al soprannome. Nel nostro paese vi sono cognomi diffusissimi: Galantucci, De Marinis, Carbone ed altri. In una classe avevo quattro Galantucci Luigi. Due erano cugini. Gli altri due, non avevano nessuna relazione di parentela né tra di loro né con i due cugini. Per raccapezzarsi, nelle relazioni occasionali, si faceva e si fa ricorso ai soprannomi. Ecco spiegato il titolo di questo articolo.

Come sono nati i
soprannomi?


Intanto, è certo che il soprannome era più facile da ricordare e pronunziare. Quanti conoscevano e parlavano la lingua italiana? Alcuni soprannomi avevano origine dal mestiere esercitato dal capostipite: “u carvunìir”, “l’ugghjarèul”, “u funær”, ossia il venditore di carbone, il venditore di olio, il fabbricante di funi…A volte il cognome stesso diventava soprannome. Altri soprannomi si riferivano ad una caratteristica del temperamento soggettivo.
Purtroppo, non esiste attualmente una conoscenza precisa delle origini di tutti i soprannomi. Un libro redatto da Antonio Lani e che si intitola “Attor’n a la vrascér”, riporta un elenco molto ampio dei soprannomi spinazzolesi.
Vi racconto com’è nato il soprannome della famiglia di cui fa parte mia madre. Il mio trisavolo, il bisnonno di mio nonno, era un provetto calzolaio. Erano tempi in cui le scarpe nuove, su misura, se le potevano permettere solo gli aristocratici per censo e per lignaggio. Tutti gli altri calzavano le scarpe dei ricchi quando diventavano vecchie da buttare. Mia madre, che ha novantatre anni, ma ha raccontato che, quando lei era piccola, i bambini andavano scalzi o, nel migliore dei casi, calzavano zoccoli scalcagnati anche sulla neve ghiacciata… Ricordo che, negli anni quaranta e cinquanta del secolo scorso, le scarpe venivano fatte a mano e su misura. Sul nostro C. Umberto I° al numero civico 14 c’era un negozio: A B C. Vendeva cappelli da uomo abbigliamento e calzature. Roba per ricchi. Era gestito dalla famiglia Metastasio, meglio conosciuta col soprannome “Trallallà”. Torno al mio trisavolo calzolaio, al quale non sempre le scarpe riuscivano precise e alla misura del piede del cliente. Si fece furbo. Le confezionava qualche millimetro in più lunghe. E per rimediare consigliava l’impiego di una suoletta o pianella con funzione di sottopiede. In dialetto, “chjandèdd”. Quindi c’era il rimedio assicurato:

“Mættèjim na
chjandèdd !”


E così, metti una pianella oggi, una pianella domani, col tempo il calzolaio fu soprannominato “chjandèdd”, soprannome che indica ancora oggi la mia famiglia. Il mio è un cognome molfettese. Ci siamo stabiliti in modo definitivo a Spinazzola nel 1947. quando mi chiedevano: “A cæ appartìin?”, rispondevo: “Sò u næpót dæ Mæchælèjin chjandèdd”, mio nonno materno.

di agenore

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